DESIGN ARTIGIANALE

creativi e autoproduzione

“WHO YOU GONNA CALL?”: IL RACCONTO INTEGRALE CHE HA VINTO IL CONCORSO

Dalla televisione accesa arrivava un brusio indistinto. Sdraiato sul divano, con i piedi a penzolare nel vuoto, Diego fissava distrattamente lo schermo, sovrappensiero. Erano quasi le dieci di sera e la fame iniziava a farsi sentire, ma non aveva la forza di alzarsi. La punta del pollice in bocca, con i denti mordicchiava il bordo della garza che gli fasciava il dito, simpatico souvenir di un incontro ravvicinato con la lama della combinata.
Dodici dicembre. Ancora tre giorni di tempo per trovare i soldi dell’affitto. O almeno una scusa credibile per avere una proroga. Spostò lo sguardo sul tavolino, su cui stava sparpagliato il contenuto del suo portafogli: due monete da un euro e qualche spicciolo di rame, un biglietto da visita, una fototessera e l’ultima banconota da 10, rossa come il suo conto in banca. Sospirò, arruffandosi i capelli con la mano sana. Almeno il tavolino era bello. Fatto da loro, con due cassette della frutta recuperate dal mercato sotto casa. Riceveva sempre grandi complimenti per quel tavolo, mai nessuno che volesse comprarlo però. E così per gli altri prodotti. Il suo socio dava la colpa al potere del marketing. E alla crisi. E a Ikea. E alla sfortuna. Soprattutto alla sfortuna, nella quale credeva ciecamente e contro cui combatteva con coraggio dal momento stesso in cui era nato. O meglio, dall’istante esatto in cui suo padre si era recato all’ufficio anagrafe e, con la lingua impastata dall’alcool versato generosamente durante i festeggiamenti, l’aveva registrato come Basquale. Con la B di Bologna. All’impiegato che sgranava gli occhi, chiedendogli se era proprio sicuro, aveva risposto orgoglioso: Basquale, come mio padre!
E Basquale fece il suo ingresso in soggiorno, avvolto nell’accappatoio azzurro.
“Senti qua cosa ho pensato mentre mi facevo la doccia.”
“Mmmmm…”, rantolò Diego sapendo cosa lo aspettava.
“Mi stavo lavando i capelli e lo shampoo mi è finito negli occhi.”
“Si, ti ho sentito urlare.”
“No, l’urlo non era per lo shampoo negli occhi, era perché mentre cercavo di togliermelo ho battuto una craniata sul portasapone. Comunque il punto non è questo. La cosa importante è che quel lampo di dolore assolutamente gratuito mi ha stampato in mente un’immagine, semplice e bellissima, per il nostro logo.”
Diego non emise un suono, si limitò ad alzare gli occhi al cielo. Ma Basquale era troppo eccitato per farci caso.
“Un cornetto rosso.”
“Banale.”
“Fammi finire! Un cornetto rosso che penzola da un ferro di cavallo e, tutto intorno, una corona di aglio. In alto a destra, una mano che fa le corna. In basso a sinistra una gatto nero che cammina, indifferente. Il tutto su sfondo giallo. Eh? Eh? Che te ne pare?”
“Un’immagine semplice?!”
“E bellissima.”
E su questa Diego si alzò e si avviò verso il bagno, scuotendo la testa.
“Si, però non te ne va mai bene una”, sospirò Basquale, offeso.
Ma Diego ormai non lo sentiva più, l’acqua bollente che gli scorreva sulla testa, a lavare via il sudore di una giornata e le schegge di legno dai capelli.

In officina faceva un freddo polare. La musica che usciva dalla radiolina appesa all’armadietto era completamente coperta dal frastuono dei macchinari. Diego finì di dare l’impregnante e si fermò a guardare il risultato. Quei maledetti peletti del legno si erano alzati e ora gli sarebbe toccato levigare di nuovo. Le braccia gli facevano male solo a pensarci. Basquale aveva lavato le latte dei pelati, le aveva verniciate e messe ad asciugare, e ora smanettava col portatile.
“Industriato”, bofonchiò parlando da solo.
“Come?” chiese Diego.
“Industriato”, ripeté Basquale.
“Industriato cosa?”
“La roba che facciamo noi”
“Basquà, per favore, cerca di farti capire. Metti un soggetto e un verbo almeno.”
“Qualcuno definisce industriato il tipo di produzione che facciamo noi. A metà fra industria e artigianato.”
“A parte che noi di industriale non abbiamo proprio niente, non sottovaluterei il fatto che industriato non è una parola!”
“Non ti scaldare, non l’ho mica inventata io. Io al massimo avrei usato artustria. Ma in realtà quello che facciamo noi è più che altro artaign. A metà tra artigianato e design.”
Questa volta Diego non riuscì a trattenere una risata. “Artign, allora.”
“Lo so, ma artign fa schifo, artaign, con la A, suona molto meglio.”
“In effetti si. Sembra un po’ il nome di un moschettiere, ma sempre meglio che industriato.”
“Bah,” sbuffò Basquale “chissà chi se li inventa questi nomi.”
“E parli tu che ti chiami Basquale?”
“Si, si, sempre la stessa battuta. Ma sotto sotto siete tutti un po’ invidiosi, con i vostri nomi banali, triti e ritriti, già sentiti.”
“Eh già. Sotto sotto. Molto sotto però.”

All’ora di pranzo le latte erano asciutte e sgargianti. Ora non restava che agganciarle alla struttura di legno e poi montare portalampada, cavo telato, spina e interruttore. A fine giornata le lampade sarebbero state pronte, salvo intoppi imprevisti, che con Basquale erano sempre dietro l’angolo. Ecco perché avevano scelto il nome Sfighesign. Un tentativo di esorcizzare la sfortuna.
Finirono di mangiare, seduti a un tavolo di legno grezzo sistemato contro la parete, accanto alla fresatrice. Non particolarmente igienico, in effetti, ma oggi avevano fretta e non volevano perdere tempo. Natale si avvicinava, con i suoi mercatini, e quelle lampade dovevano essere pronte per la sera.
“Dobbiamo trovargli un nome”, osservò Basquale mentre sbucciava un mandarino.
Diego annuì mestamente, sputando i semi per terra, tra la segatura.
“Qualche idea?”
“Si”, sospirò Diego “lasciamo che ci pensi qualcun altro.”
“Tipo chi?”
“Che ne so. Qualcuno. Perché dobbiamo fare tutto noi?”
“La parola autoproduzione ti dice qualcosa?” chiese Basquale con un sorriso.
“Certo, ma pensavo si riferisse solo al fatto che, oltre a progettarli, i nostri prodotti ce li costruiamo anche!”
“Esatto. E gli diamo anche un nome. E un prezzo. E li fotografiamo. E li vendiamo. E ci facciamo da soli anche la comunicazione e il marketing.”
“A saperlo, invece che un brand di design fondavo un gruppo punk.”
“Pensa a un nome invece che lamentarti.”
“Ma cosa vuoi che ne sappia? Sei tu il creativo, fatti venire un’idea.”
“Qualcosa che abbia a che fare con le latte di pomodori?”
“Si, può avere un senso”, ammise Diego.
“Va bene, facciamo così: io sparo una raffica di nomi e tu mi dici cosa ne pensi.”
“Spara.”
E Basquale sparò.
“Lattaluce.”
“Orribile.”
“Allattami.”
“Disgustoso.”
“Caffellatta.”
“Cosa c’entra il caffè?”
“Che ne so, hai detto spara e io sparo quello che mi viene in mente. Se non ti va bene possiamo scambiarci i ruoli: tu proponi e io boccio.”
“No, scusa Basquà, hai ragione. Vai avanti.”
“A mitraglia?”
“A mitraglia.”
“Scollatta.”
“No.”
“Lattuce”
“No.”
“ViaLatta”
“Carino. Ma no.”
“Uomo di Latta”
“Eh?”
“L’uomo di latta. Quello del Mago di Oz.”
“Bello! Il Mago di Oz intendo, il nome fa schifo.”
“E se la chiamassimo solo Oz?”
Diego si grattò la barba per quasi un minuto, rimuginando assorto. Poi ruppe il silenzio. “Chiamiamola Dorothy, come la bambina protagonista.”
“Bello!” esultò Basquale.
“Grazie” sorrise Diego. “E come al solito ho fatto tutto io.”
Basquale lo centrò in fronte con un mandarino.

Cinque Dororthy nuove di zecca, di cinque colori diversi, luccicavano sul tavolo da lavoro, sotto la luce bianca dei neon. Diego e Basquale le ammiravano soddisfatti. Quelle lampade erano il regalo di natale perfetto. Ai mercatini avrebbero fatto un figurone. Erano la lanterna che illuminava la strada verso il successo. O almeno verso un dicembre sereno, con l’affitto pagato e un meritato pandoro spolverato di zucchero a velo.
“Siamo bravi quando ci mettiamo”, sospirò Diego.
“Lo so. Il problema è che non ci conosce nessuno.”
“È solo questione di tempo. Da domani inizieremo a esporre. Abbiamo stampato i biglietti da visita e le cartoline. E anche il sito è quasi pronto.”
“Lo so, lo so. Ma sento che ci manca qualcosa. Qualcosa che gridi al mondo che esistiamo, che ci siamo anche noi.”
“Un’altra delle tue idee strambe Basquà?”
“Non un’idea. L’idea. Un video.”
“Un video?”
“Esatto, una pubblicità.”
“E come diavolo la facciamo una pubblicità?”
Basquale sorrise, mettendo in mostra una fila di denti bianchi da pubblicità. “Che domande! Lo autoproduciamo.”
“Giusto. Stupido io a non averci pensato.”
“Non essere troppo duro con te stesso. Piuttosto, chiama la tua ragazza e chiedile se ha un paio di occhiali tondi.”
“La mia ragazza?! Cosa c’entra Elena?”
“Non preoccuparti. Chiamala e basta. E chiedile anche di portare la videocamera del padre, già che ci sei.”
“Ma devo chiamarla adesso?” chiese Diego sconsolato.
“E quando se no? Domani si gira!” urlò Basquale, aggirandosi già con movenze da regista.
Diego si prese la testa tra le mani, sull’orlo delle lacrime.
“Continuo a pensare che con la musica sarebbe stato tutto più facile. I punk neanche li fanno i video!”

“Vado eh. Lo sto caricando su Youtube.”
Basquale era euforico come un bambino a natale. E in effetti il periodo era quello.
Si sedettero sul divano, Elena al centro, e trattenendo il respiro diedero il via a quei 3 minuti e 40 di spettacolo puro.
Scena 1.
La telecamera inquadra Elena, vestita da segretaria, con un paio di occhiali tondi come non se ne vedevano dal 1984. Il telefono accanto a lei squilla e, dall’altro capo, una voce terrorizzata strilla: “Aiuto! C’è uno spettro sumero dentro la mia lampada! Mi fa i gestacci con le ombre cinesi”. Elena continua a limarsi le unghie, la cornetta tra la spalla e l’orecchio. “Signora, non ho capito: è sumero o cinese? Sumero. Ne è proprio sicura? Gliel’ha detto lui? Ma soprattutto, che tipo di lampada ha lei?”
Non sentiamo la risposta, ma vediamo Elena scuotere la testa e alzare gli occhi al cielo. “Signora, qui il problema non è lo spettro. Che male vuole che faccia un povero sumero di questi tempi? Sarà più spaventato lui di lei. Il suo vero problema è la lampada signora. Ma stia tranquilla, si è rivolta alle persone giuste. Arriviamo.”
Elena aggancia il telefono e preme distrattamente un pulsante rosso sulla scrivania. Una sirena squarcia l’aria. Da una pertica, un tubo innocenti per essere precisi, Diego e Basquale si calano con agilità da pompieri, fasciati in tute da lavoro grige.
“Qualche problema?” chiede Basquale con faccia da attore consumato.
“Una lampada infestata”, risponde Elena.
Diego schiocca le dita e una Dorothy verde si materializza davanti alla telecamera. “Dicci solo dove dobbiamo consegnarla.”
Stacco su Basquale che strizza l’occhio alla telecamera (non erano riusciti a impedirglielo).
Scena 2. All’aperto.
Diego e Basquale caricano la lampada nel portabagagli di una Panda bianca e saltano dentro passando dai finestrini, come i cugini Duke di Hazard. La macchina parte sgommando e lasciando la metà dei copertoni sull’asfalto, mentre parte la sigla dei Ghostbusters opportunamente modificata, in barba alla SIAE.
Paraparapara para-para-para paraparara Sfighe-sign.
Stacco sulla targa “SFG 000 SGN”.
Scena 3. Casa dei genitori di Elena.
La signora Alessandra (madre di Elena, felicissima di poter dare finalmente sfogo alla sua vena artistica) apre la porta di casa e fa entrare i due eroi. Basquale avanza tenendo la lampada su una spalla, come nella pubblicità della Coca-cola. Diego lo segue, con in mano un metro di legno e un martello da carpentiere. La padrona di casa indica con un dito tremante il tavolino accanto alla finestra, su cui sta la lampada incriminata, e i due si scambiano uno sguardo d’intesa e annuiscono in favore di telecamera.
“Signora”, sospira Basquale “questo è un classico caso di lampada infestata. Non ha idea di quanti ce ne capitino. Uno punta al risparmio, al prodotto di massa, e si ritrova uno spettro in giro per casa.”
Diego allarga le braccia, a sottolineare l’ovvietà della situazione.
“Ma allora cosa devo fare?” chiede la signora Alessandra con un accento che mette i brividi.
“Rivolgersi a noi, signora” esclama Diego, suadente “per un prodotto unico e su misura. Senza spettri e altre brutte sorprese.”
Scagliano la vecchia lampada dalla finestra (con grande disappunto della signora Alessandra, che non aveva ricevuto il copione), seguita dal lenzuolo bianco che rappresenta lo spettro sumero, e la sostituiscono con quella nuova.
Primo piano della signora che sorride, estasiata. Diego prende le misure del paralume, senza motivo. Basquale, con gesto teatrale, estrae un pezzetto di carta vetrata e lo passa sul piano in legno, soffiandoci poi sopra.
Inquadratura su Diego e Basquale, spalla contro spalla, a braccia conserte.
Dissolvenza.
Fine.

“Mi vergogno come un ladro”, sibilò Diego accarezzandosi i lividi sulle braccia, figli della discesa dalla pertica e dell’entrata dal finestrino.
Elena aveva le lacrime agli occhi dalle risate. Basquale non riusciva a trattenere la gioia e saltava da una parte all’altra del soggiorno. All’improvviso si bloccò, raggomitolato su sé stesso, prima di spiccare un balzo. Si guardò intorno, il terrore dipinto sul volto.
“Cosa c’è?” chiese Elena, spaventata.
Basquale non parlava.
“Basquà, cosa c’è?”, chiese ancora Diego.
La voce di Basquale uscì roca e sconsolata. “Ci siamo dimenticati. Non abbiamo messo i contatti. Nessuno potrà mai rintracciarci!”
Fu Elena a rompere un silenzio carico di sconforto. “Non vi preoccupate. Il giorno in cui qualcuno si sveglierà con un fantasma nascosto sotto un mobile troverà il modo di contattarvi. Il vero problema è un altro. Sostituire una lampada è facile, ma voglio proprio vedere se avrete ancora quelle facce sorridenti e quell’espressione da Fonzie, dopo cinque piani di scale con una libreria sulle spalle.

Alberto Rudellat

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